Come cambiare? Lavoro sociale e cambiamento fra ieri e oggi

#Hounostralciointesta

Farsi carico delle situazioni di disagio porta con sè inevitabilmente una richiesta di cambiamento; ma “come cambiare?” si chiedeva Franco Basaglia davanti alla violenza della vita manicomiale.

   Emerge (…) come la pratica professionale si snodi tra numerose, rapide, a volte imprevedibili, continue trasformazioni sociali, culturali, economiche, organizzative, che coinvolgono la vita delle persone, la cura, le istituzioni, il contesto globale; cambiamenti che si fanno sentire in maniera forte nella quotidinità degli utenti e degli operatori; mutamenti che richiedono alle persone continui e faticosi adattamenti, in un contesto povero di riferimenti affettivi certi, accompagnati da sentimenti di perdita, di inadeguatezza di fragilità.

  Negli anni Settanta il cambiamento era, con evidenza, sinonimo di innovazione, di crescita, di spinta verso un futuro modero e positivo. Abbiamo assistito allo straordinario trasferimento della “cura” dall’istituzione al territorio, alla nascita di nuovi servizi socio-sanitari, educativi, assistenziali; il contesto sociale era permeato di valori di giustizia sociale, di egualitarismo, di cooperazione.

   Oggi il cambiamento sembra avere il volto dell’incertezza, in un contesto di crisi, di emergenze, di consapevolezza del limite e della scarsità delle risorse generali, di disgregazioni territoriali, dove i legami sono sfilacciati, fragili, andati persi, dove le trasformazioni normative e organizzative hanno, a volte, “mutilato” i servizi (…), dove le rare équipe -spesso gravate da appartenenze diverse degli operatori- o più frequentemente il singolo operatore, in solitudine incontrano casi complessi portatori di difficoltà legate a precarie condizioni di salute, a problemi di tipo economico, a debolezze per reti familiari lasche o assenti.

   emerge come sia modificato in questi anni il “ritmo” del cambiamento: al naturale andamento di ieri, assistiamo oggi a un’accelerazione del processo con trasformazioni rapide, frequenti, impreviste: nella stessa zona si contrappone la normalità della città di giorno con la notte abitata dai clochard che sparisocno alle prime luci dell’alba.

   E’ ancora possibile, in un contesto tanto difficile e complesso come quello di oggi, continuare a pensare di poter radicalmente trasformare le situazioni? Non è forse più ragionevole e franco adoperarsi perché si creino contesti di vita e di relazione “sufficientemente buoni”? Perché si realizzino possibilità afferrabili di prese in carico di qualità?

L’intervento dell’assistente sociale si appoggia sempre di più sulla competenza relazionale dove, accanto alla dimensione pratica e concreta, si sostanzia in un insieme inestricabile di intuizioni, di capacità a capire, di un sentire emotivo vivo e condiviso; si consolida in un’attenzione a ciò che lo “sguardo” può cogliere nella relazione sia per far emergere immagini sottese che aiutino a rappresentare meglio i problemi, sia per restituire alle persone in difficoltà competenze e capacità su di sè e sulla loro vita.

di Catia Piantoni, in Piantoni, Mugnai, Lacentra, “Assistenti Sociali alla ribalta”, Franco Angeli, 2010, p. 205

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