La Legge Basaglia compie 35 anni

La Legge 180 alias Legge Basaglia compie 35 anni.

Sono passati 35 anni dall’entrata in vigore della riforma psichiatrica fortemente voluta da Franco Basaglia, riforma che ha sancito la chiusura dei manicomi e ha soprattutto introdotto un nuovo concetto di cura: “Il malato è prima di tutto una persona e come tale deve essere considerata”

Qui un video di un minuto che illustra la Legge 180 in sintesi *

Hoilsocialeintesta ricorda Franco Basaglia e la legge che porta il suo nome con questa poesia di Alda Merini, poetessa che ha vissuto e raccontato la realtà dei manicomi.

A Franco Basaglia

Il vento, la bora, le navi che vanno via
il sogno di questa notte
e tu
eterno soccorritore
che da dietro le piante onnivore
guardavi in età giovanile
i nostri baci assurdi
alle vecchie cortecce della vita.
Come eravamo innamorati, noi,
laggiù nei manicomi
quando speravamo un giorno
di tornare a fiorire
ma la cosa più inaudita, credi,
è stato quando abbiamo scoperto
che non eravamo mai stati malati.

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Dopo il salto: chi è Franco Basaglia

Chi è Franco Basaglia – Italiani così, italiani.rai.it

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Franco Basaglia, secondogenito di tre figli,  nasce a Venezia l’11 marzo 1924, da una famiglia agiata.

Nel 1943 si iscrive alla facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Padova. Qui entra in contatto con un gruppo di studenti antifascisti e, a seguito del tradimento di un compagno, viene arrestato e detenuto per sei mesi in carcere fino alla fine della guerra. Esperienza che lo segna profondamente e che Basaglia rievoca anni dopo parlando del suo ingresso in un’altra istituzione chiusa: il manicomio.

Nel 1949 si laurea in medicina e chirurgia e inizia a frequentare la clinica delle malattie nervose e mentali di Padova, dove lavora come assistente fino al 1961. Sono anni in cui incomincia anche ad appassionarsi di filosofia, studiando in particolare la fenomenologia e l’esistenzialismo e cercando di conciliare la psicopatologia tradizionale con la psichiatria antropofenomenologica.

Nel 1958 Basaglia consegue la libera docenza in psichiatria e nel 1961 partecipa e vince il concorso per la direzione dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, dove si trasferisce con tutta la famiglia. Drammatico è l’impatto con la durezza della realtà manicomiale: Basaglia comprende subito che bisogna reagire a questo orrore, impegnandosi in un radicale lavoro di trasformazione istituzionale. A Gorizia s’iniziano ad applicare nuove regole di organizzazione e di comunicazione all’interno dell’ospedale, si rifiutano categoricamente le contenzioni fisiche e le terapie di shock, s’incomincia, soprattutto, a prestare attenzione alle condizioni di vita degli internati e ai loro bisogni. Si organizzano le assemblee di reparto e le assemblee plenarie, la vita comunitaria dell’ospedale si arricchisce di feste, gite, laboratori artistici. Si aprono spazi di aggregazione sociale, cade la separazione coatta fra uomini e donne degenti. Si aprono le porte dei padiglioni e i cancelli dell’ospedale.

Nel 1968 cura il volume L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico, che fa conoscere a livello internazionale l’esperienza innovativa di Gorizia e sancisce la nascita del movimento antiistituzionale, diventando presto uno dei libri-simbolo della contestazione in Italia e vendendo 60.000 copie nei primi quattro anni di pubblicazione.

Nel 1970, dopo un periodo d’indecisione, lascia Gorizia – dove il tentativo di superare il manicomio purtroppo fallirà per le resistenze opposte dall’amministrazione locale nel dare luogo a un’assistenza psichiatrica sul territorio – e accetta l’invito di Mario Tommasini, coraggioso assessore alla sanità della Provincia di Parma, di dirigere l’ospedale psichiatrico di Colorno. Qui avvia la prima fase di un processo di trasformazione che si rivela ben presto, anche qui, un’esperienza molto difficile, perché Basaglia deve affrontare numerose difficoltà di ordine amministrativo, opposte dalla giunta di sinistra della Provincia di Parma, che pure si è impegnata a sostenere il processo di trasformazione, ma che di fatto non lo appoggia per non stravolgere gli equilibri politici e gli interessi economici locali.

La svolta è nell’estate del 1971, quando Basaglia vince il concorso per la direzione dell’ospedale psichiatrico di Trieste: accetta subito perché gli viene garantita la possibilità di fare tutte le scelte che ritiene più opportune. Al suo arrivo sono ricoverate 1182 persone, 840 delle quali in regime coatto. L’ospedale è sotto l’amministrazione della Provincia, retta da una giunta di centro-sinistra che è presieduta da Michele Zanetti; quest’ultImo dà pieno appoggio al progetto di superamento del manicomio e di organizzazione psichiatrica territoriale proposto da Basaglia e dai suoi.

Appena arrivato, Basaglia chiede di poter costruire la sua équipe e presenta un programma di ristrutturazione dell’assistenza psichiatrica provinciale con un drastico ridimensionamento dell’ospedale attraverso l’apertura e la riorganizzazione dei reparti. Si tratta di spezzare l’isolamento del manicomio rispetto alla città per lavorare con un’immediata proiezione sul territorio circostante. Basaglia, forte dell’esperienza di Gorizia e di Parma, si è accorto che l’esperimento della Comunità Terapeutica non basta: bisogna dar corso a un progetto politico che non si arresti alla bonifica umanitaria del manicomio, né alla semplice trasformazione delle sue dinamiche di funzionamento interno, ma metta in discussione la persistenza stessa dell’istituzione totale. A Trieste il manicomio deve essere chiuso. È necessario anche costruire una rete di servizi esterni, che arrestino il flusso dei nuovi ricoveri e provvedano alle necessità di assistenza per le persone dimesse dal manicomio.

Nel 1973, Trieste viene designata “zona pilota” per l’Italia nella ricerca dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sui servizi di salute mentale in Europa. Nello stesso anno, Basaglia fonda con altri collaboratori “Psichiatria Democratica”, movimento nel quale si confrontano molte esperienze di psichiatria alternativa che stanno sorgendo in Italia.Nel corso dell’anno si aprono i primi centri di salute mentale sul territorio. Si svolgono le elezioni amministrative, dalle quali il centrosinistra esce indebolito. Infatti, nel 1976 il clima politico peggiora e l’esperienza di superamento del manicomio subisce attacchi sempre più violenti. È l’aggravamento di una crisi politica e amministrativa che porta alla fine della giunta Zanetti, che, messa in minoranza, deve dimettersi. Zanetti insieme con Basaglia annuncia in conferenza stampa la chiusura entro la fine del 1977 dell’ospedale psichiatrico. Lo stesso anno, nel comprensorio dell’ospedale psichiatrico, si svolge il terzo incontro del Réseau internazionale di alternativa alla psichiatria, intitolato “Il circuito del controllo”, a cui partecipano circa quattromila persone.

Il 13 maggio 1978 viene approvata in Parlamento la legge 180 di riforma psichiatrica, che si ispira alle esperienze di superamento dell’ospedale psichiatrico sviluppatesi in Italia a partire dall’inizio degli anni sessanta. Approvata quasi all’unanimità, la legge 180 avrà tuttavia un iter difficile nella fase di realizzazione.

Nel novembre del 1979 lascia la direzione di Trieste a Franco Rotelli e si trasferisce a Roma, dove assume l’incarico di coordinatore dei servizi psichiatrici della Regione Lazio. Già iniziano i primi attacchi alla legge 180. Basaglia mette subito in campo tre programmi di deistituzionalizzazione di alto profilo, per i quali chiede carta bianca all’amministrazione regionale. Purtroppo, nella primavera del 1980 si manifestano i primi segni di un tumore cerebrale che lo conducono alla morte in pochi mesi. Si spegne il 29 agosto nella sua casa di Venezia.

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